Notabene – Massimo Folador

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Il Natale, ogni giorno, di chi nasce e ri-nasce

Le persone che in Askesis curano la comunicazione e la newsletter mi avevano chiesto di raccontare in questo NotaBene la partenza di questa nuova iniziativa dedicata al 20° anniversario de “L’organizzazione perfetta”: un podcast – la cui prima puntata troverete in questo numero del nostro Diario – che ripercorrerà in 10 episodi l’intero libro.  Progetto che è frutto del lavoro di un team guidato da Marco Peroni, che molti di voi già conoscono.

Ma proprio non riesco, a ridosso come siamo del Natale, a non soffermarmi su questo momento dell’anno così significativo, provando a cogliere i tanti significati, profondi e provocatori di questa festa, tanto più se tentiamo di rileggerla anche al di fuori del contesto sacro e spirituale dentro cui fortunatamente è immersa.

Il Natale difatti è la festa che tutti conosciamo, ma è anche un rito pieno di simboli e spesso sono proprio questi ultimi a condurci a nuove riflessioni che possono guidare i nostri giorni, nella vita lavorativa come altrove.

Il primo “simbolo” che mi piace ricordare è proprio quello della “nascita” o, meglio, della “ri-nascita” perché la celebriamo ogni anno. E se il concetto di nascita è già segno di qualcosa che prende vita e che è destinato a crescere, quello di ri-nascita dice che è possibile “nascere” più e più volte e “far nascere” cose e persone attorno a noi. Lo sappiamo bene perché è l’esperienza di chi fa impresa e ogni giorno vive il piacere e la fatica di dare vita a idee e progetti, piccoli e grandi che siano. E fa bene ricordarci che è sempre possibile rinascere, anche quando tutto sembra volgere verso altre direzioni. Come a volte ci capita di sperimentare in questo periodo storico così complesso.

Nella notte di Betlemme però emerge un altro simbolo che annuncia l’evento: una luce, una stella. Per di più una stella cometa, un fascio di luce che si fa vedere anche da lontano. Ma non da tutti. E difatti chi ha il coraggio di scorgerla e di seguirla non arriva dai villaggi vicini, non è amico della coppia di sposi che alloggia nella stalla, ma sono personaggi che arrivano da lontano. La tradizione li definisce dei Re che provengono da terre d’Oriente ma la loro storia resta ancora avvolta nel mistero. Non è un mistero però il fatto che anche nella nostra esperienza di tutti i giorni abbiamo bisogno di scorgere delle “luci”, delle verità che possono essere in grado di guidarci quando serve fare scelte nuove e sfidanti. Spesso ad aiutarci possono essere proprio persone che hanno uno sguardo “lontano” e la capacità di guardare oltre le abitudini, i pregiudizi, i loro stessi ruoli. Anche la storia economica ci dice che le grandi innovazioni e i grandi cambiamenti, i momenti di ri-nascita spesso hanno bisogno del coraggio di “tre magi” che si mettono in cammino e sfidano persino l’autorità pur di raggiungere l’obiettivo. Hanno bisogno di persone che sfidano il tempo e che non hanno paura di seguire la loro luce, le loro idee. 

Ma i Magi hanno un approccio molto interessante a questo evento ed è testimoniato dai regali che portano: il primo, l’oro, il nostro amato oro che simboleggia l’importanza, la regalità; accanto ad esso l’incenso, simbolo di ciò che aspira al cielo, a significare che c’è dell’Altro di importante in quel bambino e nel suo destino; infine la mirra, l’unguento usato dopo la morte, che recupera l’umanità e la sua caducità. È come se i tre saggi d’Oriente avessero camminato verso un obiettivo che sapevano nello stesso tempo enorme e fragile, divino e mortale, proprio come la nostra vita. Una sorta di monito per noi che, davanti alle nostre responsabilità, dovremmo coglierne l’importanza e la sacralità e usare, di conseguenza, tutte le nostre capacità e passioni, ma nel contempo ammettere la nostra fragilità e, di conseguenza, saperci convivere, farci aiutare…

Ma i simboli del Natale, semplici nella loro sacralità, sono anche legati alle persone che, prima dei Magi, accoglieranno quella luce.

Sono di fatto i pastori ad avvicinarsi per primi alla grotta: persone semplici che sanno guardare alle cose per come compaiono, che sanno accettare gli eventi perché abituati dalla necessità o da uno stupore dato da quel modo di vivere così naturale. A loro si manifesta la gioia di quella notte. Solo ai loro occhi semplici è permesso di assistere ad un evento che cambierà la storia.

Davanti a queste persone che accolgono in silenzio un evento così strano è facile chiederci con quali occhi noi oggi stiamo guardando al pezzo di storia che stiamo vivendo, quanto abbiamo la capacità di guardare oltre gli eventi che ci riguardano per scorgere qualcosa che ancora deve nascere. E quante volte fatichiamo a vedere le novità che ci circondano, le luci che comunque attraversano le nostre giornate, anche quelle più difficili? Luci spesso fatte di persone o di avvenimenti positivi, presi come siamo a rivedere le cose di sempre e a ridirci le stesse cose.

Persino Sartre, uno degli autori più distanti dal Natale e dalla sua spiritualità, si lascia avvincere da questo evento e nell’inverno del 1940, prigioniero nel campo di concentramento di Treviri, scrive un racconto tra i più belli mai scritti sul Natale, “Bariona o il figlio del tuono: racconto di Natale per cristiani e non credenti ”, dove emerge il simbolo più bello: l’immagine di una famiglia, di un padre e di una madre innamorati di quella vita che sta nascendo. E davanti a questo evento anche il protagonista del racconto di Sartre, fino ad allora ostile, si inchina e lascia spazio a ciò che sta accadendo e alla speranza.

Buon Natale allora, nel senso più vero e alto e basso e quotidiano e sacro che questa festa può permetterci di vivere.

E tanti auguri a ciascuno di noi perché il prossimo anno possa farsi ispirare dai tanti simboli di questo evento e aiutarci a farli diventare scelte, azioni, futuro.

 

P.S. Così non vi ho parlato del podcast, ma vi invito solo ad ascoltarlo e a farlo ascoltare, è un piccolo regalo…