Notabene – Massimo Folador

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La modernità e l’urgenza della disconnessione 

Chi ama assumersi le proprie responsabilità e prova a dare quante più possibili “risposte abili”, (perché questo è il significato originario della parola), difficilmente si lascia prendere dalla polemica o dai proclami. Riuscire ad essere “responsabili” delle proprie scelte è un lungo percorso, mai semplice e scontato, che merita il massimo rispetto e la massima attenzione. Un percorso che è stato al centro del mio secondo libro, “Il lavoro e la Regola”, e che parte dall’ascolto per raggiungere una maggiore consapevolezza e, grazie a ciò, arrivare all’atto finale della decisione, nella speranza che sia quella giusta…

Questa riflessione mi accompagna da sempre, è un “percorso” a cui provo ad essere fedele quanto più possibile e che, anni fa, mi ha anche portato a fare delle scelte, estreme per molti, quando si è trattato di usare o meno – abusare o meno – del web e dei social.

Non è stata una decisione senza conseguenze, visto il gran numero di persone che, a volte in modo inconsapevole rispetto ai pregi e ai difetti insiti in certi strumenti, avevano scelto di usarli a piene mani. Oramai parliamo di diversi anni fa – 15, 20 a seconda del periodo in cui vogliamo collocare la crescita esponenziale dei social – ma certo è che da allora è partita una lunga corsa verso un utilizzo rapido ed invasivo dell’ultima tecnologia e dell’ultimo strumento presente nel web, come se da loro dipendesse per intero il futuro positivo dell’umanità. Da parte mia, dopo aver cercato di capirne i dettagli e, in particolare, i rischi e le opportunità che nascondevano, ho deciso che ne avrei fatto un uso molto limitato e che certi strumenti, in particolare i social, avrebbero avuto uno spazio minimo nella mia vita di tutti i giorni.

Una decisione, qualunque essa sia, genera sempre delle conseguenze, e così ho dovuto sentirmi dare per anni del “retrò”, dell’anti-tecnologico, o, peggio, della persona che non capiva lo spirito del tempo e il bene presente in certi strumenti. Tanti arrivavano a chiedermi “come potessi vivere bene senza utilizzarli”, in una sorta di compatimento più che di stima. Un compatimento giunto al massimo quando ho scelto, dopo essermi tenuto lontano da Facebook, Instagram e dintorni. di non usare neanche WhatsApp. Intorno a quest’ultima scelta i commenti e le critiche si sono scatenati e, se non fosse che tante persone conoscono, – un poco almeno – la “bontà” e la quantità delle cose che faccio e io per primo ne godo, forse ad un certo punto avrei anche potuto ricredermi, anziché resistere.  

In compenso nessuno in questi anni mi ha chiesto come mai avessi fatto una scelta così “folle” agli occhi di tanti, per quale motivo strano avessi deciso, nonostante una vita immersa nelle relazioni, di non usare degli strumenti ritenuti funzionali alla relazione, nonostante le mie relazioni, personali e professionali, proseguissero ad essere tante e mediamente positive.

E’ brutto oggi, a distanza di anni, dire che era possibile prevedere i possibili danni ma, alla luce dei fatti, se ciascuno di noi, le imprese, i governi avessimo provato ad andare oltre i vantaggi immediati che sembravano derivare per la vita della singola persona e della società, forse avremmo visto quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, stigmatizzato da quegli stessi studiosi ed esperti che ne avevano decantato lo sviluppo.

Il direttore di “Repubblica” Carlo Verdelli nel suo ultimo libro dal titolo emblematico “Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino” riporta numerosi dati che parlano delle conseguenze personali e sociali presenti in ampi strati della popolazione, e non solo giovanile. Ma l’elenco dei testi analoghi è lungo e testimonia questo ribaltamento della riflessione. Si passa da “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” di Jaron Lanier, a “Disconnessi e felici” di Marc Masip, a “Il lato oscuro dei social network” di Serena Mazzini. Testi che provano a dare spunti utili a ristabilire quell’equilibrio interiore e relazionale che questi strumenti hanno da tempo infranto.

Ma c’è molto di più e le scelte che alcuni governi hanno recentemente compiuto, a partire dall’Australia, primo paese al mondo ad aver vietato l’utilizzo dei social agli adolescenti sotto i 16 anni, seguita nelle scorse settimane da Francia, Danimarca, Spagna con disegni di legge analoghi, ce lo dimostrano.  Fino ad arrivare al processo in cui Mark Zuckerberg deve rispondere dell’accusa sul cattivo funzionamento dei filtri “under 13” all’interno delle sue piattaforme, con conseguenze da delicate a gravi per i danni alla salute mentale dei giovanissimi fruitori. Un dibattito destinato a generare un prima e un dopo e che ci costringe a sof-fermarci sulle conseguenze sotto gli occhi di tutti e che ci pervadono: l’aumento dei contatti impersonali a detrimento della relazione; una solitudine che può diventare patologica e che, nei casi più gravi, può portare al dramma dei “neet” o di chi non esce più da casa; fragilità sempre più evidenti con un focus particolare sulla salute mentale.

Ora, se a suo tempo non ci siamo resi conto di quello che sarebbe potuto accadere o non abbiamo avuto o saputo mettere in pratica le giuste competenze, oggi è bene prenderne atto e provare pian piano a recuperare il tempo perso attraverso una nuova e più matura responsabilità. Conforta il fatto che ci sia un’attenzione crescente, tanto più in Europa, all’altrettanto annosa questione che riguarda la regolamentazione etica dell’altro fenomeno che sta entrando prepotentemente nelle nostre case e nelle nostre imprese: l’AI.

Mentre all’epoca sul rischio web non ci furono praticamente voci fuori dal coro, oggi, su questo tema così determinante ci si sta interrogando nel tentativo di mitigare con soluzioni e regolamentazioni adeguate i rischi e i pericoli connessi, sfruttando l’enorme potenziale della tecnologia quando questa è realmente al servizio delle persone e delle imprese. E non il contrario. Parliamone, ne vale pena…