Il capitale che non compare nei bilanci

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Il capitale spirituale. Un patrimonio per chi fa impresa di Massimo Folador (Guerini Next, 2026)

Robert Fogel, premio Nobel per l’Economia, ha affermato che la ricchezza delle nazioni non si misura soltanto in beni materiali: la disuguaglianza più profonda del nostro tempo riguarda la distribuzione delle risorse immateriali e spirituali, quelle che permettono a una persona di dare senso alla propria vita. Sono i capitali che non vengono rappresentati nei bilanci ma che tengono in piedi l’economia. L’espressione rischia di trarre in inganno, perché fa pensare immediatamente alla religione, mentre il concetto è più ampio: si tratta dello stock accumulato di risorse interiori, discernimento, intelligenza relazionale, intelligenza emotiva, contemplazione nell’azione, che mettono le persone in condizione di vivere con uno scopo e di contribuire al bene comune. Con una conseguenza molto concreta: possiamo accumulare reddito, tecnologia e patrimonio materiale ma nello stesso tempo consumare le risorse di senso che rendono quelle ricchezze utilizzabili. Solitudine, cinismo, perdita di legami e assenza di scopo non sono solo questioni psicologiche private, quando diventano fenomeni diffusi, cambiano la propensione a progettare, a cooperare, a investire.

Possiamo affrontare lo stesso tema anche sul versante storico, evidenziando come il capitale spirituale sia diventata via via in Occidente una risorsa in via di estinzione. Fino al Settecento la ricchezza coincideva con i capitali: terre, miniere, navi, palazzi. Poi l’economia classica ha iniziato a focalizzare l’attenzione sui redditi, e con la nascita del Pil, nel Novecento, abbiamo smesso di guardare i capitali per misurare solo i flussi annuali. Così, a forza di non vederli, li abbiamo consumati e non ne abbiamo fatto manutenzione, finché ci siamo accorti che stavano finendo. Il primo allarme è arrivato dal capitale naturale, poi da quello sociale e civile: la capacità tacita di stare insieme, di cooperare, di gestire conflitti. Il terzo allarme riguarda proprio la vita interiore. Per secoli i lavoratori arrivavano ai cancelli delle imprese già equipaggiati di un capitale spirituale che era anche una risorsa essenziale per il lavoro, perché forniva senso, partecipazione, speranza nel futuro. Era il “precipitato” delle famiglie, delle comunità, delle chiese. Ecco il punto a partire dal quale è importante leggere il nuovo libro di Massimo Folador. Se quel capitale non si rigenera a monte, l’impresa può ancora limitarsi a ignorarlo?

Le dimensioni dell’impresa

L’esperienza ha mostrato che i bilanci più floridi possono nascondere organizzazioni profondamente sofferenti, con manager e collaboratori schiacciati non dal volume di lavoro ma dallo stress, dalla mancanza di significato, da relazioni tossiche.  Come la persona è fatta di corpo, mente e anima, anche l’azienda ha una dimensione fisica (sedi, strumenti, liquidità), una logico-razionale (know-how, brevetti, processi) e una intangibile, che riguarda direttamente le persone, i loro valori, la cultura dell’organizzazione. Il capitale spirituale è uno di queste: un processo, non un possesso, che si coltiva attraverso pratiche concrete: lo stile delle relazioni, l’uso del tempo, la cura della bellezza e del rispetto reciproco, sapendo che ci si può attendere un ritorno nel tempo.

È il tema dell’ultimo volume di Massimo Folador, Il capitale spirituale. Un patrimonio per chi fa impresa (Guerini Next). Folador, affronta con una visione ampia, il significato di un concetto talvolta poco conosciuto, talvolta inafferrabile, ma sempre molto preciso: lo spirito. Lo spirito dei presocratici è un principio vivificatore coincidente con un elemento della natura; Platone lo individua all’interno della persona, come uno “spirito buono” che orienta la condotta; Aristotele lo lega alle virtù e all’eudaimonia, una felicità realizzabile solo nella relazione con gli altri. Con le Sacre Scritture lo spirito diventa soffio divino, la ruah: respiro, energia che anima l’esistenza, al punto che la medicina antica lo considerava una sostanza sottilissima da cui dipendeva la salute. La frattura arriva con l’età moderna e con l’Illuminismo: la spiritualità diventa qualità interiore e privata, la ragione detta le scelte, e la secolarizzazione novecentesca completa il distacco. Da qui la dicotomia odierna, tra una diffidenza quasi totale e un’apertura che rasenta il fideismo.

La conseguenza è che non esiste ancora un punto d’incontro condiviso su cosa significhi spiritualità nel lavoro, ma che l’attenzione sul tema stia crescendo, spinta, osserva l’autore, da una quotidianità che genera inquietudine, demotivazione, paure, elementi che incidono sulle performance e sulla qualità delle relazioni dentro e fuori l’impresa.

Ascolta l’intervista di Massimo Folador su Radio Marconi

 


Esercizio, non teoria

Un criterio di lavoro Folador lo identifica rifacendosi a Pierre Hadot e ai suoi Esercizi spirituali e filosofia antica: una pratica, un lavoro su di sé che resta vuoto se non è messo in atto. Ne discendono due condizioni che sono anche, di fatto, due competenze manageriali: il discernimento, cioè decidere verso quale modello indirizzare quegli esercizi, e la discrezione, cioè la fermezza di tenere una strada una volta scelta. È la stessa ragione per cui l’autore dichiara la propria scelta di campo, un cammino laico dentro la cultura occidentale e la spiritualità benedettina, senza pretendere di parlare per tutte le tradizioni.

Un aspetto centrale delle riflessioni di Folador arriva da Hans Urs von Balthasar, da cui riprende le tre direzioni della vita spirituale, tradotte in “profondità”, “orizzontalità” e “verticalità”: una conoscenza più consapevole di sé, relazioni più autentiche, un’apertura a ciò che ci trascende. Tre movimenti circolari, non tre tappe in sequenza.

La prima direzione porta con sé una delle pagine più controcorrente del libro, quella sulla fragilità. Con Luigina Mortari, che definisce la fragilità qualità ontologica dell’essere umano, e attraverso l’umiltà, a cui Benedetto dedica il capitolo più lungo della Regola (humus, tornare alla radice della propria creaturalità), Folador arriva a un rovesciamento netto: è l’accettazione della propria fragilità a creare lo spazio di ascolto che può essere colmato da “altro”, che siano relazioni positive, intuizioni o consolazione. Sono parole che non hanno nulla a che vedere con gli slogan che da decenni inondano eventi aziendali e corsi di formazione, quelli che invitano a cercare la forza solo in sé stessi. L’immagine dello sport di squadra chiude il punto: al crescere della competitività cresce la tenuta individuale, ma cresce anche quello “spirito” di squadra che chiamiamo così proprio perché viene da noi e insieme da altro.

La seconda direzione è quella realizzativa: lo spirito ha bisogno di incarnarsi, di tradursi in valori identitari e di diventare movente dell’agire. Qui il testo si rifà a fenomeni storici. Cita Leo Mulin sui monaci, all’origine — “inconsapevole e involontaria” — di un movimento economico e sociale senza il quale il Medioevo sarebbe difficilmente spiegabile. Cita il movimento francescano come antesignano della scienza economica moderna. E cita Adriano Olivetti, che in una lettera alla moglie descrive il proprio lavoro come missione. Il filo che li unisce è che nessuno di loro mirava alla ricchezza, ma al bonum commune, e proprio per questo hanno prodotto un valore che ha attraversato i secoli.

La terza direzione è il riconoscimento del limite: l’uomo non si comprende attraverso il solo intelletto, e da qui l’apertura a ciò che lo eccede.

Folador descrive una caratteristica del capitale spirituale: una forza suppletiva disponibile proprio quando tutto il resto viene meno. I riferimenti al lavoro di Vito Mancuso supportano la struttura del ragionamento: corpo, psiche e spirito sono tre livelli dello stesso sistema, ciascuno con i propri nutrimenti. Il corpo ha i suoi; l’anima si nutre di emozioni, sentimenti, valori, esperienze e relazioni, ciò che la tradizione chiama sapienza, parola che ha la stessa radice di “sapore”. E ha anche i suoi sintomi da carenza, elencati senza sconti: insoddisfazione, apatia, noia, fino all’accidia, quella atonia dell’anima che è anticamera della depressione, e che oggi si riconosce facilmente in tante organizzazioni.

Rileggendo la Lettera ai Galati e i nove “frutti dello Spirito” (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, autocontrollo, elencati da Paolo al singolare, come un’unica sostanza), Folador mette a fuoco la differenza tra ciò che in azienda chiamiamo risorse e ciò che Paolo chiama frutti. Le risorse sono tangibili, misurabili, e sappiamo come farle crescere. I frutti no: richiedono tempi e ritmi altrui, un clima, una terra che nutre. E così arriva a segnalare come il termine “capitale” sia stato usato arbitrariamente, perché la risorsa di cui parla assomiglia più a un frutto che a un capitale tradizionale, una sostanza che diventa anche competenza aziendale.

Il capitale spirituale non viene proposto come supplemento d’anima né come esercizio di retorica valoriale, ma come energia che si accumula e si consuma, con effetti visibili sulla qualità delle decisioni, sui costi invisibili del conflitto e sulla capacità di reggere i tempi lunghi.

Il capitale spirituale. Un patrimonio per chi fa impresa è una lettura consigliata a tutti, anche a imprenditori, manager e consulenti che si accorgono che gli strumenti tecnici non bastano più e che i risultati della propria organizzazione non si spiegano solo con i numeri. Folador sceglie dichiaratamente la tradizione cristiana e benedettina come propria strada, e insieme propone un capitale spirituale accessibile a chiunque, credente o no.

La domanda che l’autore ci pone è però questa: quale cattedrale stiamo costruendo, e che cosa stiamo facendo crescere perché prenda forma?

Per leggere il libro:

Il capitale spirituale. Un patrimonio per chi fa impresa di Massimo Folador (Guerini Next, 2026)

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