Intervista a Remo Lucchi
Presidente dell’Advisory Board di Eumetra
Remo Lucchi, già Amministratore Delegato di Eurisko e di GfK Eurisko e docente universitario, è fondatore e Presidente dell’Advisory Board di Eumetra, innovativo Istituto di ricerca sociale.
Dottor Lucchi, Lei ha affermato che negli ultimi anni si sono verificati due fenomeni contemporanei che sono entrati in conflitto: il ruolo delle nuove generazioni e crisi globali di diversa matrice (economica, sociale, geopolitica). Ce ne vuole parlare?
La ricerca “Benessere e Sostenibilità” si sta occupando di questi temi da molti anni, cioè da quando le evidenze sociali – innescate dalla tre crisi finanziarie del 2007-2009-2013 – hanno assunto protagonismi sempre meno tollerabili.
Conseguenze che hanno coinvolto negli ultimi 15 anni sia il Sistema Economico nella sua complessità, che in ampia misura – progressivamente crescente – anche il Sistema Sociale: negli ultimi 15-20 anni si sono verificati due fenomeni contemporanei che sono entrati in conflitto:
- le nuove generazioni hanno portato avanti gli studi come non era mai avvenuto nella storia, completando le medie-superiori, ed illudendosi di grandi opportunità professionali e di denaro. Ciò anche se (per difetti della struttura di docenza), non è nato il coinvolgimento nello studio, e la formazione si è interrotta alle medie-superiori: non più del 30% ha raggiunto la laurea. Quindi non acquisendo elevata professionalità, resilienza, cioè capacità di trovare soluzioni anche in caso di complessità, rispetto degli altri (etica). Ma ciò non ha influito sulle attese, sempre molto alte.
- ma nello stesso periodo varie fenomenologie sociali hanno creato problemi economici al sistema: globalizzazione, crisi finanziarie (2007-2009-2013), problemi ultimi 5-6 anni (pandemia, lockdown, guerra, inflazione, prezzi, …).
Le nuove generazioni si erano illuse di raggiungere i propri obiettivi, ma la moderata preparazione culturale, in un contesto economico problematico, non lo ha consentito e la grande maggioranza è caduta nel precariato. Fenomenologia non accettata, perché l’illusione era forte.
Gli effetti sono: chiusura in sé stessi, populismo, assenza di relazionalità positiva, nascita di una crescente contrapposizione. Anche perché la conclusione delle medie-superiori aveva dato loro capacità critica, ed alto investimento su sé stessi.
Stante il fatto che negli ultimi anni la maggioranza della popolazione attiva si è trovata in questa situazione – quindi non in stato di benessere – il clima sociale complessivo che si è creato è diventato problematico. E più o meno tutti ne sono stati coinvolti: anche la gente che sta bene – la minoranza – in realtà è rimasta coinvolta in questa complessità sociale.
Salvo una parte residuale di popolazione “ritirata” e che non ha ruoli sociali (28%), la parte attiva della popolazione possiamo suddividerla in due grandi segmenti che si stanno fra di loro sempre più allontanando:
- I Somewheres (37%) – segmento che tende a condizionare nelle scelte anche la parte “ritirata” – è il segmento meno fortunato, meno colto, in buona misura caduto nel precariato, e che si è chiuso in sé stesso e che vive in logiche contrappositive.
- Gli Anywheres (35%) sono rappresentati invece dai segmenti più fortunati (più colti e di status economico più alto), che privilegiano massimamente tutti gli aspetti della relazionalità.
Lei parla di “un degrado in accelerazione”. Cosa mostrano i dati più recenti?
Faccio ricerca sociale dal 1968 e non ho mai visto nulla di simile. Nella fascia più colta e agiata della popolazione, la tensione etica si attesta intorno al 75-80%. Ma nella fascia più fragile — quella che nelle nostre ricerche chiamiamo i Precari, la parte più svantaggiata — l’anno scorso era al 38%. Quest’anno è crollata all’8%. In un anno. Fino a qualche decennio fa questi movimenti richiedevano vent’anni. Oggi avvengono in dodici mesi.
È un maleforismo galoppante, una parola che uso deliberatamente: il contrario di eufemismo. Chi non vive in stato di benessere non si cura degli altri, del futuro, dell’ambiente. Il benessere non è un fatto individuale: è una questione sociale. Una società che non si preoccupa del benessere di tutti paga un prezzo collettivo enorme.
Le ricerche evidenziano un generale giudizio positivo dei consumatori per i prodotti/servizi delle imprese, ma anche una crescente richiesta di attenzione per una vera assunzione di Responsabilità Sociale. Che cosa significa nello specifico?
Le persone non si aspettano più nulla dalla politica — e le ricerche lo dimostrano con chiarezza. La contrapposizione destra-sinistra viene percepita come uno spreco di energia: matematicamente, quelle due visioni del mondo sono ortogonali, cioè complementari. Come il maschile e il femminile: non si contrappongono, si completano. Senza collaborazione non si produce nulla.
Le aziende, invece, godono ancora di una certa fiducia. Ma le attese sono cambiate: non ci si aspetta solo prodotti migliori a prezzi competitivi. Ci si aspetta responsabilità sociale concreta. Work-life balance reale per i dipendenti. Vicinanza ai clienti che vada oltre l’offerta commerciale. Attenzione all’ambiente. Le imprese devono diventare corpi sociali, non solo soggetti economici.
Questo è il cuore degli investimenti ESG. Non è filantropia, è strategia di sopravvivenza. Chi capisce questa trasformazione ha un futuro; chi la ignora, no.
Come arginare le cause all’origine delle tensioni sociali di oggi? Le vostre ricerche suggeriscono gli ingredienti di possibili terapie nella direzione del benessere personale e dell’etica, attraverso la cultura e la musica. Come occorrerebbe agire?
I numeri sono inequivocabili. Abbiamo confrontato persone — a parità di istruzione, professione, reddito ed età — che hanno studiato musica da bambini con persone che non lo hanno fatto. Il risultato è sorprendente: chi ha fatto musica mostra una correttezza comportamentale doppia rispetto a chi non l’ha studiata. E il beneficio si moltiplica quando musica e cultura si combinano: arriviamo a valori tre volte superiori alla media.
Ho costruito quattro segmenti: chi non ha né cultura né musica, chi ha solo musica, chi ha solo cultura e chi le ha entrambe. Ponendo uguale a 100 la media generale, i primi si attestano intorno a 75-80. Chi ha fatto musica arriva a 150, così come chi ha sviluppato una forte cultura. Ma chi ha fatto entrambe arriva a 200. Tre volte tanto. Se garantissimo musica e cultura a tutti fin da piccoli, potremmo letteralmente salvare il mondo dalle sue contraddizioni.
La musica, soprattutto negli strumenti complessi come il pianoforte, abitua il cervello alla complessità: impara a gestire più informazioni contemporaneamente, e questo favorisce l’apprendimento di qualsiasi altra disciplina. Ma c’è di più: negli adulti che sono rimasti innamorati della musica, l’ascolto attivo provoca il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. È un effetto paragonabile a quello di un pasto eccezionale o di un momento di intimità. Chi vive la musica così percepisce l’esistenza in modo strutturalmente più positivo.
C’è però una condizione fondamentale: questo ‘cablaggio’ neurologico deve avvenire nell’infanzia, idealmente dai tre anni. Il cervello adulto non acquisisce più quella sensibilità profonda. Ecco perché le nostre ricerche indicano la scuola materna come il momento-chiave: è lì che si gettano le basi.
Danimarca e Finlandia lo fanno da oltre trent’anni. Il risultato? I laureati sono il triplo rispetto all’Italia, e chi finisce in carcere è meno di un terzo. Copenhagen è stata definita la città più armoniosa del mondo: nessuno lo collega alla musica, ma il nesso è lì. Non è un caso, è un programma.
