Notabene – Massimo Folador
Quando la norma supporta scelte consapevoli
A seconda dell’approccio che ciascuno di noi ha sul tema delle norme e, in particolare, sugli studi o meno che abbiamo effettuato e sull’esperienza che abbiamo vissuto, può accadere che la legge appaia come restrittiva e, paradossalmente, vincolante (nel senso non benevolo del termine) o, viceversa, come un supporto concreto al vivere sociale e all’economia.
La filosofia del diritto ci dice, per l’appunto, che all’origine di una norma ci possano essere il desiderio predittivo di usarla per il bene comune o la necessità che lo stesso venga cautelato, vista l’importanza e, probabilmente, alcuni accadimenti che hanno inficiato lo stesso.
A tale proposito, è interessante quello che è accaduto a livello normativo in Europa sulla sostenibilità in questi ultimi mesi. Lo scorso anno, infatti, abbiamo registrato – chi con sollievo e chi, al contrario, con dispiacere – il rallentamento della normativa europea di rendicontazione societaria di sostenibilità (CSRD).
L’obiettivo dell’Europa, per anni, era andato verso la sua valorizzazione, anche attraverso l’inserimento di un unico standard europeo di rendicontazione e l’ampliamento della platea delle imprese interessate.
Tuttavia, l’avvento di alcune nuove condizioni, vedi la presidenza americana, ha rallentato questo processo.
Per alcuni, la riflessione è andata subito verso la direzione che, viceversa, è stata smentita dalla normativa di cui parliamo adesso. Ovvero, l’Europa continua ad essere, per fortuna, l’area più avanzata sulla sostenibilità ambientale e sociale e lo dimostrano le scelte fatte, per quanto non sempre coerenti e continue ed è un altro motivo di vanto, oggi, nella situazione globale che conosciamo.
La Direttiva denominata “Green Claims” recepita in Italia con il Decreto n. 30 del 2026, in maniera puntuale ragiona sul greenwashing e definisce delle norme di comportamento aziendali che lo impediscono.
Dicevamo poc’anzi che le norme a volte anticipano le situazioni, a volte le curano. E quest’ultima, la cura, nasce probabilmente dall’importanza sempre più riconosciuta dai cittadini, da una parte, dai clienti e dai collaboratori di un’azienda, dall’altra, della tutela dell’ambiente in tutte le sue dinamiche.
La norma da poco recepita non sembra rispondere principalmente ad un atto dovuto ma ad una scelta consapevole. Tradotto, con parole più chiare, l’ambiente sembra finalmente fuoriuscire da un’ottica solo ecologista o di obbligo normativo per diventare una scelta consapevole legata alle attività dell’azienda sull’intero sistema di stakeholders e ai benefici che una relazione concreta e trasparente con gli stessi genera. Le disposizioni contenute nella norma, difatti, premiano le aziende che in maniera voluta e strategica hanno operato sulle varie dinamiche ambientali (dall’utilizzo delle risorse, alla gestione dei rifiuti, alla cura del ciclo di vita di prodotti…) così che solo queste possano realmente beneficiare di scelte in termini di relazione fiduciaria con i propri interlocutori, anche in virtù di una sensibilità sempre più crescente. Oramai è chiaro che vi sono, nel mercato del lavoro e nel mercato del cliente, sempre più persone e aziende che fanno scelte di collaborazione o di acquisto quando avvertono la coerenza delle scelte fatte da un’impresa su questi temi.
Grazie a questa normativa, l’obiettivo sarà quello di accrescere la responsabilità dell’azienda su queste pratiche, non tanto e non solo in termini di prevenzione delle sanzioni previste, quanto nella consapevolezza, negli impatti positivi che tali scelte possono generare.
Chissà che questa attenzione rinnovata nei confronti delle dinamiche nella relazione azienda-ambiente stakeholders possa significare una rinnovata e più consapevole attenzione delle organizzazioni verso questi temi e la loro rilevanza strategica.
