Intervista ad Andrea Zorzi

2. Foto Andrea Zorzi

 

“Viviamo in una società in cui o sei il migliore atleta del mondo o sei un fallito!”

 

Campione di pallavolo, giornalista sportivo e speaker motivazionale

 

Ci puoi raccontare la tua storia professionale?

Ho iniziato tardi a giocare a pallavolo e ho smesso presto: 16 anni è tardi per iniziare e 33 anni è presto per smettere.

Mi ero reso conto che, negli ultimi anni di carriera, mi era molto difficile restare concentrato solo sulla pallavolo e considerando che la capacità di restare focalizzato era una parte importante del mio successo come atleta, mi sembrava insensato non fare un passo di lato.

E pochi giorni dopo il mio ritiro dal volley mi ritrovai a Parigi all’Espace Kiron, a “illuminare” una campagnia di danza in tournee. Giulia Staccioli è un’ex ginnasta ritmica che ho conosciuto a Seoul alle Olimpiadi del 1988. Nel 1993 ci siamo sposati e Giulia ha fondato Kataklò Athletic Dance Theatre, una compagnia internazionale di physical dance.

Ricordo che nel ‘98 a giugno feci l’ultima partita con la LUBE di Macerata e qualche giorno dopo ero già a Parigi per una lunga tournée teatrale con Kataklò durante i Mondiali di Calcio. L’obiettivo di Giulia era creare uno spazio nuovo nel mondo della danza per utilizzare le straordinarie qualità atletiche dei ginnasti a fine carriera. Lei aveva già fatto questo passaggio negli Stati Uniti con Momix (famosa compagnia teatrale di ballerini-illusionisti creata da Moses Pendleton) e aveva scoperto quanto fosse complicato il processo di trasformazione da ginnasta a performer. È infatti necessario cambiare il proprio processo mentale perché il ginnasta è abituato, fin da piccolo, ad inseguire l’esecuzione perfetta di un esercizio ripetuto migliaia di volte. Anche un danzatore esegue una coreografia studiata in precedenza, ma la qualità dell’interpretazione non è legata solo all’esecuzione secondo parametri tecnici: questa era la grande sfida.

E a grandi linee è quello che è accaduto anche nel mio passaggio.

Far l’atleta di alto livello ti offre la possibilità di fare esperienze bellissime; si scoprono luoghi e culture fantastiche, si conoscono persone diversissime, si gioisce per la vittoria e si piange per la sconfitta, ma quello che conta è stare sempre concentrato sul risultato. Ecco perché, non sempre queste esperienze sono di per sé sufficienti per riutilizzare quell’enorme patrimonio che si acquisisce in una carriera sportiva.

L’ambiente sportivo è un ambiente molto codificato, categorizzabile. Tutti gli sport con la palla, inoltre, hanno anche un’altra specificità: si tratta di giochi a somma zero: o vinci o perdi.

L’attitudine all’iper-focalizzazione e l’accettazione del risultato, che è tipica di ogni atleta di alto livello, di per sé possono essere grandi valori, a patto di riuscire a riapplicarli in un contesto diverso da quello sportivo. Il rischio è continuare a comportarsi come se fossimo sempre in gara.

Questo è proprio l’errore che ho commesso duranti i primi anni di vita da ex atleta: riapplicavo un approccio super focalizzato, tipico della pallavolo e di ogni sport di alto livello, in un ambiente extra-sportivo. Nel giornalismo, collaborando con la Gazzetta dello Sport e in televisione con Sky Sport, ma anche in teatro, facendo il light designer dei Kataklò, mi comportavo come se ci fosse in palio sempre una vittoria o una sconfitta.

Come se questo atleta, che non è più un atleta, in fondo riapplicasse le cose che ha fatto da atleta. Qual è il problema? Che la vita non è una partita di pallavolo, non è una gara di 100 m.

Ovviamente non voglio dire che i comportamenti sviluppati in ambito sportivo non siano mai utili nella vita di tutti i giorni, vorrei solo far capire quanto sia importante riadattare ad un contesto diverso le abitudini sviluppate in un ambiente ad altissima competitività.

Il problema è che in un mondo così polarizzato, così schiavo della “performance” è come se esistessero solo il massimo della focalizzazione o la totale distrazione, la competizione applicata a tutto o la negazione della competizione stessa.

Noi viviamo in una società che ci fa credere che tu o sei il migliore atleta del mondo oppure sei un fallito. Sono due estremi possibili, ma diciamo che lì in mezzo ci sono delle gradazioni particolarmente interessanti.

Per me lo sport è stato anche l’occasione per superare quegli imbarazzi adolescenziali legati alla troppa altezza e finire in un mondo che mi ha accolto, che mi ha aiutato, trasformando proprio l’altezza, che era la mia peggiore nemica, in una grande alleata. Sono quindi, veramente grato all’esperienza sportiva, ma adesso, in quanto ex-sportivo sessantenne, mi dispiace molto quando vedo lo sport raccontato solo attraverso slogan pubblicitari, efficacissimi nella comunicazione, ma non veri.

 

È un tema centrale quello di ragionare sull’individualità e sulle capacità di tutti di dare in meglio, lavorando insieme, e di crescere professionalmente e personalmente. Noi aiutiamo le persone che lavorano proprio ad affrontare la complessità di oggi.

Il concetto dell’eroe, o dell’uomo forte, ha sempre funzionato. Non mi pare che questa attrazione per l’eroe sia un fenomeno così nuovo: è una storia che viene da lontano. Quando mi riferisco invece alla polarizzazione in questo mondo globalizzato, mi pare che sia una specificità legata al presente. Oggi viviamo all’interno di ciò che spesso viene definito “One World”, il che significa far convivere realtà così diverse, così sfaccettate, così lontane e inevitabilmente conflittuali.

Esattamente come i nostri antenati di ogni epoca siamo di fronte alle tante nuove sfide che il futuro ci pone davanti, ma, a differenza delle esperienze del passato, la velocità e la scala con cui il mondo ci cambia sotto gli occhi sembrano essere “inumane”.

Ecco perché siamo inevitabilmente attratti dal bisogno irrefrenabile di ridurre, spiegare, semplificare questa inquietante complessità. Come se noi esseri umani, imperfetti, o meglio incapaci di cogliere il tutto, volessimo ridurre l’incommensurabile complessità a una misura umanamente comprensibile. È la vecchia cara hybris, la superbia, la presunzione. Gli uomini contemporanei hanno visto confermate molte delle proprie teorie, grazie anche alla scienza, a tal punto che pensano di avere il diritto di comprendere le cose fino in fondo. Abbiamo ridotto lo spazio del mistero, non accettiamo che la realtà ci presenti qualcosa che non riusciamo a comprendere, che non riusciamo a “ridurre”. Ed ecco allora il riduzionismo nella sua forma peggiore: non importa come, non importa cosa, basta che ci sia una risposta chiara e univoca che ci tranquillizza. E allora abbiamo diviso e separato tutto, ma un eccesso di divisione e categorizzazione significa mettere in secondo piano una visione unitaria, olistica.

E sempre a causa della polarizzazione in atto nella nostra società contemporanea, ecco entrare in scena l’altra faccia del riduzionismo: la totale sfiducia nel processo scientifico, la new age come fuga dalla realtà, il complottismo come negazione di ogni punto di contatto dialogante.

Ci vorrebbe un gigantesco atto di fiducia reciproco, perché oggi siamo costantemente esposti a idee, culture e realtà così diverse che, se pretendiamo di sentirci totalmente in controllo, siamo destinati a restare insoddisfatti e spaventati.

 

Le persone chiedono fiducia, trasparenza, valori e le organizzazioni devono sapere coinvolgerle, motivarle. Cosa ne pensi?

Usiamo come esempio gli attori principali della pallavolo: gli allenatori e i giocatori. Partiamo dal fatto che in vita mia, anche nelle squadre più performanti, non ho mai trovato giocatori completamente contenti. Io non ho mai allenato, ma quando parlo con i miei vecchi compagni di squadra che adesso allenano, questo emerge sempre.

Credo che uno dei compiti principali dell’allenatore sia spiegare per bene ai propri giocatori ciò vorrebbe accadesse.

I giocatori invece, dovrebbero, prima ascoltare attentamente cosa dice l’allenatore, poi, eventualmente, fare domande in caso di dubbi o incomprensioni, infine ascoltare attentamente le risposte degli allenatori senza sperare che le risposte siano quelle che vorrebbero sentirsi dare. 

L’efficacia del rapporto allenatore-giocatore dipende da un patto di fiducia reciproco, pur nel rispetto dei ruoli diversi. Certo, da giocatore quale sono stato, al mio allenatore chiedo rispetto, ascolto e il tentativo di venire incontro in qualche modo alle mie richieste. Ma proprio in quanto giocatore non potrò mai comprendere completamente la cornice generale dentro la quale si muove un allenatore.

 

Hai partecipato con Askesis a un progetto formativo e di team building per Inditex (la società che gestisce il marchio Zara e altri brand) focalizzato su leadership e valori. Ci racconti il tuo intervento?

Questo progetto è, diciamo così, la prosecuzione di una coraggiosa follia che ha avuto Alessandro Colombo, Responsabile di Polis (l’Istituto regionale per il supporto alle politiche della Lombardia). Qualche anno fa mi coinvolse in un corso residenziale rivolto al personale sanitario lombardo: invece di proporre solo una testimonianza sportiva, abbiamo usato anche il linguaggio del corpo, della voce e della musica con Adriana Bagnoli e Andrea Motta di Askesis. Un incrocio tra linguaggi che vanno a toccare parti diverse della nostra personalità e che sono inclusivi perché ognuno può trovare in un linguaggio o nell’altro una sua affinità. In un mondo in cui il linguaggio verbale è diventato quasi l’unico modo di relazionarsi reciprocamente, il fatto di stare insieme, di toccarsi, di giocare con la magia del teatro e della musica, è uno spazio nuovo per le persone adulte. Il mio compito in questi progetti è cercare di essere un confortevole e stimolante “welcome coffee”: facciamo una chiacchierata, partiamo dallo sport e finiamo per affrontare altri temi che riguardano la professione, le relazioni, le aspettative di ognuno. Questa parte iniziale serve soprattutto a rompere il ghiaccio, ma ciò che è davvero fertile è che per un paio di giorni le persone che partecipano al corso sono totalmente immerse in un ambiente protetto, privo di giudizio, usando linguaggi che non frequentano mai così liberamente.