Notabene – Massimo Folador

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Buone vacanze o buon lavoro?

Il tema della “gestione del tempo” è sempre stato e resta un must assoluto di tanti incontri di formazione. Per tanti motivi, in primis perchè parlare del tempo significa parlare della vita, del tempo della vita. E dunque della risorsa più risorsa di cui possiamo disporre. L’unica veramente democratica, finita, irrecuperabile. Certo esistono delle fantomatiche “banche del tempo” ma restano delle invenzioni di noi umani, una delle tante, per stare davanti al trascorrere dei giorni con quel po’ di serenità data spesso dall’incoscienza.

Augurare “buone vacanze” è di fatto una contraddizione in termini. Vacanza da cosa? Da chi? Perché se nella parola risuona il concetto latino di “vacuum”, di vuoto è segno che voglio, forse devo allontanarmi da un tempo che è stato troppo pieno: pieno di contraddizioni, preoccupazioni, paure. Pieno della violenza di questo tempo così confuso e della rabbia che trascina con sé. 

L’etimologia della parola “tempo” ci riconduce al concetto di scelta, di taglio, di decisione. Il tempo non è una realtà informe, da subire con rassegnazione ma, al contrario, un dono, un “presente” fatto di ore, meglio ancora di “horae” – le ancelle del tempo per i latini – che vanno accudite con cura, decise con consapevolezza, prese per mano, come se fossero (e sono) la risorsa più delicata e, nel contempo, più bistrattata.

Chissà quante volte ci hanno raccontato, o noi lo abbiamo fatto con altri, di giornate trascorse bene o male, senza neanche accorgercene, perché “se guardi nelle tasche della sera ritrovi le ore che conosci già”, come dice Guccini in una delle sue canzoni più belle, “ma il tempo andato non ritroverai…”.

Chissà se portiamo con noi una consapevolezza così grande, quali azioni nuove mettiamo in campo per l’indomani, quali scelte, quali “tagli” per l’appunto. Se e come proviamo a modificare i fattori di un’operazione per modificarne il risultato.

Durante le tante iniziative di formazione a distanza seguite al periodo della pandemia, ricordo un percorso organizzato con la “Pontificia Università Antonianum”, dove ancora insegno, che mi aveva particolarmente coinvolto. Cinque incontri intitolati “Le stagioni dell’impresa” durante i quali con docenti, esperti, testimonial avevamo ragionato sul tempo della vita e il tempo dell’impresa, e sulle stagioni che li attraversano e li caratterizzano.

Ricordo che mi aveva molto colpito proprio la riflessione fatta dal caro amico Giuseppe Buffon – frate, teologo, docente, scrittore – in cui Giuseppe ci fece notare che le “vacanze” sono state un’invenzione del tempo moderno, il frutto dei grandi cambiamenti sociali, culturali e antropologici seguiti alla nascita della moderna economia, che oltrepassava la “vacanza”, se così vogliamo chiamarla, tipica del mondo contadino: quella in cui gli umani in inverno rallentavano l’impegno lavorativo, proprio perché anche la natura rallentava il suo. Sembra quasi un paradosso oggi pensare che si lavorava quando “lavorava” la natura e ci si riposava in inverno, quando anche madre natura si riposa. Nel rispetto di un ciclo “vitale”, per l’appunto.

Una questione di equilibro dunque, dove anche la salute è influenzata dalla nostra capacità di armonizzare le 5 dimensioni nel nostro vivere, quella fisica, mentale, spirituale, relazionale ed emotiva, e di farlo all’interno di quel tempo che ci è stato donato proprio perché questo avvenga. Nei modi e, soprattutto, nei tempi giusti.

Allora mi viene voglia di augurare a tutti “buon lavoro” durante queste vacanze e magari “buone vacanze” quando più o meno a settembre torneremo al lavoro. Certo che, se solamente provassimo a recuperare un po’ di quella saggezza che la nostra tradizione ci consegna, in poco tempo sapremmo recuperare la capacità di fare del tempo il nostro tempo, delle ore le nostre ore.