Intervista a Marco Peroni

4. FOTO MARCO PERONI

 

Scrittore, storico e performer. Fondatore di Maestria Canavesana.

 

Ci puoi raccontare come la tua attività di scrittore e storico è legata alla tua città natale Ivrea e al territorio in cui vivi?

È un legame che è venuto fuori relativamente tardi. Circa una ventina di anni fa con il musicista torinese Mario Congiu ho dato vita alla compagnia Le Voci del Tempo, che porta in concerto storia e letteratura. Bene, nel 2010 abbiamo messo in scena per la prima volta lo spettacolo dedicato ad Adriano Olivetti, Direction Home, con le musiche di Bob Dylan. Questo spettacolo “folk” (nel senso che è folk nell’attitudine: senza immagini, senza basi, senza scenografia, scarno, nudo, fatto di parole e musica suonata dal vivo, quindi uno spettacolo che non è mai due volte lo stesso) ha fatto il giro dell’Italia con oltre cinquecento repliche. Da allora la storia – ma sarebbe meglio dire il pensiero – di Adriano Olivetti mi ha attirato, modificato. Intellettualmente, direi che mi ha fatto: non c’è niente che sia rimasto uguale nel mio modo di considerarlo. Per esempio, la comunità: se ci penso bene, prima per me era una parola talmente vaga da essere quasi vuota. Oggi non riesco a pensare in altri termini: senza la comunità, intesa come diaframma necessario tra l’individuo e il mondo, ognuno di noi è scaraventato sulla scena come parte di una massa. E, presto o tardi, chiede protezione, identità, confini, ordine, persino un nemico. Per Adriano la massa (cultura di massa, partiti di massa, e così via) era l’anticamera della dittatura. C’è qualcosa di più attuale? Riscoprire e manutenere la comunità, le sue relazioni, il suo carisma, il suo racconto: per questo ho fondato la casa editrice “Maestria canavesana”. Raccontare il territorio non è per noi un’attività di retroguardia ma una premonizione. Per come va il mondo, sarà sempre più importante vivere in un luogo e non soltanto in uno spazio. Questo non ha nulla a che fare con il marketing territoriale, che è un’attività rispettabile. Ma noi lavoriamo in un’altra direzione. Non cerchiamo di spettacolarizzare il Canavese a fini turistici: cerchiamo di ripensarlo, riscriverlo, arrivare a un nucleo di concetti chiari e levigati che facilitino il senso di appartenenza in chi lo vive. Dobbiamo esercitarci ad ammirare la bellezza del nostro territorio. Da un po’ di tempo, con grande soddisfazione, porto in giro un monologo nei posti più particolari del Canavese, che si chiama appunto Esercizi di ammirazione, offrendo di volta in volta una chiave di lettura che permetta di guardarlo con occhi rinnovati.

 

Sei un profondo conoscitore della storia dell’azienda Olivetti e degli imprenditori Olivetti, protagonisti di tuoi libri e spettacoli teatrali. Perché quella storia è ancora così attuale e quali stimoli può fornire alle aziende di oggi?

Il contesto da allora è cambiato profondamente. Per come la vedo io, qualunque storia va metabolizzata, compresa questa. Nietzsche insegna che la storia può essere paralizzante, opprimente, può impedire di vivere. Bisogna scegliere serenamente cosa dimenticare, cosa lasciare andare. La storia di Olivetti non può essere considerata un modello, perché – ripeto – i contesti cono estremamente diversi. Invece, se studiata a fondo, compresa nelle sue ragioni più profonde, può trasmetterci un metodo. Per Adriano Olivetti la fabbrica era un mezzo, non un fine: il fine era la comunità. Tentare di risolvere in modo originale il conflitto tra capitale e lavoro all’interno della fabbrica avrebbe portato nella comunità circostante una nuova armonia. Quella era l’ambizione. Ogni comunità era (ed è) diversa dall’altra, quindi non c’è un metodo buono per tutti. Non bisogna studiare l’olivettismo come ricetta, ma come indicazione tutta da reinterpretare. Ma i valori e le intuizioni sono invece ancora lipide e chiare, ferme: il rispetto per la persona, l’idea della tecnica al servizio dello spirito (e non viceversa), lo sviluppo equilibrato tra città e campagna, la presenza dell’arte nella quotidianità, l’idea di cultura come infrastruttura e non come intrattenimento per il tempo libero… Sono tutte intuizioni per certi aspetti vertiginose, che possono trovare declinazioni nuove e originali nel nostro presente, anche lavorativo. Ma sta a noi essere i nuovi protagonisti. Insomma, non esistono scorciatoie.  

 

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”
È la citazione di un noto discorso di Adriano Olivetti, del 1955, che risuona ancora in chi si occupa di vita d’impresa. Può essere in qualche modo un segno distintivo dell’imprenditorialità italiana?

No. Credo che se c’è un modo di neutralizzare Olivetti sia quello di sventolarlo come una bandiera. C’è nella natura di questa sua storia una tale carica di riservatezza, pudore, spirito di servizio, che, credo, chiede a tutti ancora oggi un certo contegno nel raccontarla. Alle aziende che si trovano in sintonia con quel pensiero, e per fortuna ce ne sono tante, consiglio di dare veramente più spazio ai fatti che alle parole. Insomma, accogliere questo nutrimento intellettuale e spirituale nelle proprie organizzazioni, cosa non facile, senza troppo arrogarselo in fase di comunicazione. Forse per una mia ipersensibilità alle parole, alle sfumature – data, credo, dal lavoro che faccio – consiglio sempre di trattare questa materia con tanta delicatezza. Non farne un elemento di marketing. Anche perché quella olivettiana è stata una storia talmente vertiginosa, imprendibile, per molti aspetti vicina al pensiero anarchico più evoluto, che ha contato sul contributo di alcuni degli uomini di cultura più significativi del secolo, che cercare di comparire nella stessa foto di gruppo può anche risultare ridicolo. Adriano Olivetti non è stato un uomo avanti coi tempi (magari: vorrebbe dire che oggi, a sessant’anni dalla sua morte, saremmo quasi dalle sue parti) ma è stato un uomo altrove. Cerchiamo di abbeverarci da questo altrove senza pensare di averne il carisma. È solo così che possiamo portare nelle nostre organizzazioni un po’ di quella luce.

 

Per Askesis, ti stai occupando del podcast tratto dal volume di Massimo Folador, “L’organizzazione perfetta. La Regola di San Benedetto. Una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna”, di cui il secondo episodio è in uscita con questo numero della newsletter. L’esperienza del monachesimo benedettino è stata capace di unire tutti i capitali (economico, umano, sociale, spirituale): dal tuo punto di vista, possono essere questi i valori dell’impresa di oggi, tra umanesimo e accelerazione tecnologica?

Vorrei fare una premessa. Sono un artigiano della cultura che porta i suoi racconti in forma di spettacoli, libri, podcast e così via in molti posti, molte imprese. Quindi mi sono fatto un’idea in anni e anni di frequentazioni, certo, ma non sono un esperto della materia. Non ho dato vita a nessuna organizzazione complessa e non mi permetto di dare suggerimento a chi invece lo ha fatto, con pieno merito. Sono abituato ad esprimermi sulle cose che conosco meglio e sulle quali immagino di poter dare un contributo. Quindi, riporto soltanto un’impressione, non so di quanto valore. Che però mi accompagna da tanto tempo. Ho l’impressione, appunto, che questi tempi difficili stiano portando ad una forbice sempre più larga e per molti aspetti drammatica: tra persone e organizzazioni che riescono a interpretare questi tempi burrascosi e vivere le trasformazioni anche con un certo protagonismo, e persone e organizzazioni che invece hanno sempre meno strumenti e finiscono travolte dal cambiamento rotolando ormai nel risentimento. Ogni giorno c’è un cambio di paradigma, è finito il secolo americano, anche l’immaginario d’oltreoceano in cui siamo vissuti negli ultimi decenni sa improvvisamente e irrimediabilmente di vecchio. Inglesismi, modelli di comportamento, idea di successo, e così via. La storia può essere in questo di grande conforto, di grande aiuto, di grande ispirazione. Perché i tempi bui e di transizione come il nostro ci sono sempre stati, e, sempre, qualcuno ha dato prova di saper vedere una luce alla fine del tunnel. Anche l’Italia in cui operò Benedetto aveva questo carattere di totale incertezza.

Chi ha gli strumenti per pescare – per esempio nella nostra storia – elementi di rigenerazione, può continuare a vivere, a crescere, a entusiasmarsi, a rinnovarsi, a ritrovarsi, persino a divertirsi. Per gli altri, c’è una prospettiva ben poco rosea all’orizzonte. Prima ancora che una questione economica, ne farei una questione culturale ed esistenziale. Dal punto di vista dell’uso pubblico della lingua, infatti, viviamo in un tempo talmente violento, brutale, truce, povero, arido che il rischio è quello di essere parlati da questo tempo. Non parlare, dunque, ma essere parlato. Non pensare, ma essere pensato. Non produrre, ma essere prodotto. Insomma, se siamo in grado di metabolizzare la storia – come Massimo Folador dimostra con il suo lavoro di riappropriazione del monachesimo benedettino – abbiamo infinite opportunità per emanciparci dal nostro tempo. Ma non dev’essere un semplice civettare con il passato, dev’essere un alimento per il presente.

La cosiddetta intelligenza artificiale sembra metterci davanti a questo bivio: o utilizzarne le potenzialità, liberando energia per dedicarsi al miglioramento di se stessi e alla propria coscienza interiore; o delegarle direttamente le nostre parole e, piano piano (neanche troppo), i nostri pensieri, le nostre scelte. La macchina non può avere coscienza, eppure, per pigrizia spirituale, sembra la prima cosa che siamo tentati di chiederle