Intervista a Matteo Reale e Stefano Binda

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Autori di “Una questione di libertà. Poteri, imprese e territori nel cuore dell’Europa” (Guerini e Associati)

Matteo Reale, partner di Askesis, è Presidente di CNA Milano e dell’ente di formazione di CNA Lombardia.

Stefano Binda, esperto di public affairs, è Segretario di CNA Lombardia.

 

Il vostro libro fa una riflessione di “cultura industriale” sullo stato delle PMI italiane. Come è nata l’esigenza di scriverlo?

Stefano Binda e Matteo Reale

L’esigenza di un libro dedicato ad una filosofia industriale per le PMI italiane nasce eminentemente dalla constatazione di un’assenza di politica industriale. Negli ultimi quindici anni si sono ridotte le politiche ad un armamentario di strumenti disancorati da una chiara e lungimirante concezione di finalità, coerenti con la differenza specifica e l’identità del contesto produttivo italiano, specialmente del Nord del Paese. Il tessuto delle micro e piccole e medie imprese ha finito così con il dover reggere in solitudine i venti e la dimensione dei fenomeni globali, senza poter contare, salvo l’azione dei corpi intermedi, di una vera e propria rete di supporto, in primis culturale, che le portasse a comprendere come tutelare il valore aggiunto nelle catene globali del valore.

 

Nel libro dedicate spazio al ruolo “sociale” delle imprese, all’interno di un rinnovato concetto di “comunità”.

Stefano Binda

Le imprese secondo noi rappresentano uno dei cardini costitutivi della società, intesa come nucleo espansivo delle formazioni sociali in grado di fornire tessuto connettivo allo Stato, che senza imprenditorialità e lavoro, senza territori, famiglie e comunità, si riduce a guscio vuoto, a mero apparato amministrativo. La guerra che le tecnocrazie conducono contro le associazioni e tutte le forme di mediazione è utile solo al potere, che vuole esercitarsi sul cittadino suddito senza filtri.

Matteo Reale

Oggi le imprese, soprattutto quelle medio e piccole, sono nelle condizioni, e nella necessità, di ampliare il perimetro di attività, il loro raggio d’azione, perché in un processo di grande trasformazione, da sole rischiano di non farcela. Devono quindi serrare le relazioni con i propri stakeholders, stringere alleanze, agire in network. Oltre a garantire la qualità dei propri prodotti e dei propri servizi, alle imprese è richiesto di essere attori sociali del cambiamento positivo della comunità in cui sono inserite, secondo un’accezione aggiornata della sostenibilità. Le imprese sostenibili sono quindi imprese che hanno a cuore il benessere della collettività, misurano e rendicontano gli impatti della propria attività, sono protagoniste di un’economia rigenerativa: che non solo non sfrutta le risorse naturali, ma che è capace di creare opportunità di sviluppo nei territori in cui operano.

 

Nel testo i temi della libertà e della politica industriale per le piccole imprese si intrecciano in continuazione. Per quale motivo?

Stefano Binda

Le imprese, specie se inserite in un contesto di accentuato pluralismo produttivo, sono un fenomeno e un baluardo delle libertà sociali, civili e politiche. Il tecno-capitalismo vive di concentrazioni e verticalizzazioni, a spese di comunità e territori. Le imprese sono il nerbo di una libertà possibile anche per sindaci, amministratori locali, associazioni, famiglie. E quindi sono costruttrici di un mondo umano, bello, civile, sostenibile.

Matteo Reale

In una fase in cui il potere sembra uscire dalla sfera del “politico” e prendere una sorta di ascensore che lo colloca a migliaia di metri di altitudine rispetto ai territori, facendolo correre lungo le reti dei flussi finanziari globali, turbo, finanziarie e tecnocratiche, esiste un tema cruciale di cui oggi si parla poco: la libertà. La globalizzazione ha in parte favorito questo processo, perché il capitalismo tecnologico globale tende alla concentrazione, non solo del potere finanziario, ma di quello politico. La libertà delle piccole e medie imprese, e del ceto medio produttivo che le incarna, è quindi messa in discussione. Eppure, ogni convinto democratico e amante dell’umanesimo europeo, conserva nel proprio cuore la convinzione che la libertà è il miglior modo per custodire l’energia e la propensione delle imprese a creare benessere.

 

Che cosa può servire al mondo imprenditoriale italiano per dare maggiore forza alla sostenibilità d’impresa? Formazione? Preparazione culturale? Incentivi? Networking?

Stefano Binda

Dal nostro punto di vista una riduzione della logica di ‘adempimento’ delle normative sulla sostenibilità e una accentuazione della libertà di inventare soluzioni sostenibili può fare la differenza. In questo senso il networking, la logica di rete anche informale, lo scambio di buone prassi possono rappresentare il nodo di una politica che è soprattutto soft power culturale, racconto di un’impresa sostenibile intesa come fattore di governance e di sviluppo dei territori.

Matteo Reale

La sostenibilità è una straordinaria opportunità di sviluppo per il mondo produttivo, al di là delle incertezze regolatorie. Serve però uno scatto culturale nelle classi dirigenti perché diventi cultura industriale davvero condivisa e una nuova leva di crescita economica (in molti settori questo è avvenuto, per esempio nel campo dell’economia circolare). Per questo la formazione continua per i collaboratori, i manager, gli imprenditori è una strada obbligata, anche nella direzione del reskilling o dell’upskilling. Nel libro riproponiamo l’idea del reddito di formazione, che consegni a ogni lavoratore una “dote” formativa che lo accompagni lungo tutta la vita del proprio percorso professionale e lo aiuti ad aggiornare le competenze ed affinare le capacità.

 

“Una questione di libertà. Poteri, imprese e territori nel cuore dell’Europa”, Guerini e Associati

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