Intervista a GIovanni Colombo
“La mission di Transparency è legata al concetto di etica, perché la business integrity è diversa dalla legalità, è qualcosa di più alto”
Responsabile Private Sector, Head of Business Integrity Program & Education Lead, presso Transparency International Italia, organizzazione non governativa, leader nel mondo per le sue attività di prevenzione e contrasto alla corruzione e di promozione dell’etica.
I temi legati all’etica d’impresa sono oggi sempre più importanti per il sistema Paese, per effetto di una maggiore sensibilizzazione nata anche grazie al vostro lavoro. Quindi partirei dal chiederti di raccontare chi è e cosa fa Transparency.
Transparency International Italia è uno dei centodieci chapters nel mondo affiliati al network mondiale leader per il contrasto della corruzione, Transparency International. Transparency ha più di 30 anni di attività, con head quarter a Berlino: viene fondato nel 1993 da Peter Eigen, un importante funzionario di banca mondiale, che si accorge che i fiumi di denaro che vengono passati ai paesi in via di sviluppo per portare democrazia e infrastrutture, spesso vengono in qualche modo intercettati dalla corruzione. Esce da Banca Mondiale e fonda Transparency International, e ottiene un certo seguito da parte di istituzioni sovranazionali, come l’Unione Europea. Transparency International Italia, con sede a Milano, nasce nel 1996, una tra le prime in Europa: questo network copre oggi 110 dei 180 paesi del mondo censiti dall’ONU. In Italia ci occupiamo di tanti temi, nel settore pubblico e in quello privato, nell’advocacy (la famosa legge su whistleblowing ha avuto il nostro contributo).
Io mi occupo del Business Integrity Forum (BIF), dedicato al sistema privato, di education e anche di gare d’appalto. Il BIF è la parte forse più importante della mia attività, ha 10 anni di vita, ed è nata perché ci siamo resi conto da studi e ricerche che il sistema privato italiano sembra avere una buona fama in generale a livello di integrità, migliore di quella che viene attribuita annualmente dal famoso CPI, l’Indice di Percezione della Corruzione, al nostro sistema pubblico. Sembra quindi che il sistema privato italiano reagisca un po’ meglio a questo fenomeno e abbiamo intuito che poteva essere un veicolo per portare la cultura dell’integrità a espandersi nel Paese. Il fatto che grandi aziende hanno poi nella supply chain la possibilità di interagire in cascata con migliaia di aziende può fare la differenza. Il Business Integrity Forum nasce con un gruppo di aziende che intendono condividere le best practices nell’ambito dell’integrità. Poi sono nate alcune iniziative comuni nel corso degli anni, con attenzione alla supply chain e ad altri fenomeni come il tema dell’Intelligenza Artificiale. All’interno del Business Integrity Forum ormai abbiamo quasi 25 aziende, tra le più grandi del paese, degli attori significativi, per esempio abbiamo creato la carta dei principi etici da diffondere nelle piccole e medie aziende che non hanno asset o risorse o competenze per sviluppare un codice etico vero e proprio.
Questo dell’AI è un tema delicato e importante, soprattutto perché altamente pervasivo.
Nel BIF abbiamo anticipato il passaggio dalla cultura della legalità alla cultura dell’integrità, ovvero non solo anticorruzione: “non solo non faccio niente di male, ma cerco di essere da esempio, ampliando il perimetro della responsabilità.” Abbiamo anche supportato l’evoluzione dei compliance manager: molti di loro adesso sono business integrity manager: si tratta di un raggio d’azione più ampio sostanzialmente rispetto all’anticorruzione. La mission di Transparency è legata al concetto di etica, perché la business integrity è diversa dalla legalità, è qualcosa di più alto. Abbiamo anticipato l’integrazione col mondo della sostenibilità, con gli ESG e l’Agenda 2030 dell’ONU. In questa complessità molto ampia (acquisizioni, due diligence, supply chain, sostenibilità), molte organizzazioni hanno cominciato a rivolgersi alle funzioni aziendali di integrità, spinti anche dalla competizione anche in questo campo. Abbiamo capito che la tecnologia poteva essere d’aiuto: anche grazie agli stakeholders con cui siamo in contatto.
Da tre anni facciamo degli eventi dedicati anche all’Intelligenza Artificiale, ospitando degli esperti, come Massimo Folador di Askesis, che è venuto un paio di volte da noi; in alcuni casi anche esperti di algoritmi, perché è importante che ci sia una sensibilità multidisciplinare, che otre agli expert verticali tecnologici ci sia anche chi ragiona sui temi di etica e di filosofia. Al tempo stesso ci siamo resi conto che all’interno delle aziende una proliferazione incontrollata dell’AI poteva compromettere anche l’integrità etica di un’azienda. Oggi i compliance manager, grazie alle regolamentazioni tipo le IAT, hanno questo potere, questa “investitura” di controllare il livello di trasparenza, del rispetto dei diritti umani, nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale, quindi si trovano ad essere sia fruitori per i temi compliance che potenziali supervisori del fenomeno.
Nel blog PalindromAI, dedicato ai temi dell’Intelligenza Artificiale, abbiamo identificato questi tre ambiti verticali: AI & applicazioni, AI & etica e sostenibilità, AI & società.
Stiamo già programmando per l’autunno il prossimo evento BIF. Però uno sguardo attento sul tema AI lo terremo sempre aperto, anche quando ci occupiamo di altro.
Da un lato c’è la necessità che gli algoritmi siano scritti correttamente e che la loro applicazione sia governata, dall’altro c’è il tema dell’impatto sulle persone che lavorano nelle organizzazioni.
È un tema molto importante che noi non seguiamo direttamente; noi abbiamo la fortuna di vedere degli esempi molto alti, molto belli. Per esempio abbiamo visto come in Maire Tecnimont, che ha ospitato l’ultimo BIF, il tema della cittadinanza digitala è molto sentito: l’azienda protegge i propri dipendenti anche affinché non abbiano paure, non facciano errori. I rischi ci sono e anche in questo caso le grandi aziende, che hanno molte risorse, fanno passi avanti, mentre purtroppo quelle medie e quelle piccole su questi temi a volte sono un po’ abbandonate a sé stesse. Faccio un esempio: c’è il rischio che un utente singolo possa fare dei danni all’azienda. Con l’Intelligenza Artificiale, se non hai consapevolezza, puoi metterti a chattare con AI e senza saperlo, senza accorgertene, puoi fornire informazioni riservate, puoi fare degli errori e compromettere la tua integrità come dipendente, ovviamente anche in buona fede, perché non sei stato abbastanza informato e formato. In Enel per esempio ci sono gli AI heroes, che hanno il compito di spiegare alla popolazione aziendale come utilizzare questi strumenti.
Quindi ben vengano anche i blog come il nostro PalindromAI. Utilizziamo una piccola percentuale di tempo per formare e informare i nostri dipendenti, che è la nostra forza lavoro più preziosa, affinché sappiano affrontare bene queste cose. Il paper (pubblicato a giugno 2025) di Transparency International tratteggia i nuovi rischi. Alcuni rischi sono collegati alle gare appalti, ai possibili soggetti virtuali che possono in qualche modo interagire come turbativa di gare, o addirittura si possono generare delle profilazioni non inclusive, per favorire alcuni set di stakeholder. Può esserci abuso nel campo del money laundering, il riciclaggio di denaro, e poi dei temi un po’ più alti come fake news, manipolazione attraverso i media del consenso, quindi questa è la corruzione a livello veramente alto, si definisce grand corruption Al tempo stesso parlano invece delle buone cose, soprattutto sottolineano le linee guida di organismi sovranazionali, quali OCSE o altri, che in qualche modo sollecitano come possa essere meglio regolamentata l’AI. E infine c’è una pagina di raccomandazioni ai governi, come quella per formare un Authority sull’AI, raccomandazioni alle organizzazioni della società civile di essere vigili e infine ai fornitori e produttori di AI, che possano garantire (proprio loro) un alto livello di trasparenza.
E da ultimo, una riflessione sul Pensiero Laterale, come definita da Edward De Bono (sono un appassionato del tema). Ho chiesto all’Intelligenza Artificiale se avesse un Pensiero Laterale e all’inizio mi ha detto “no”. L’AI ragiona grazie ai database, alla velocità, alle connessioni, ma attraverso una connessione logica, entro un certo schema di produttività. Proseguendo però dice “Tuttavia, se mi indichi come fare, io posso imparare a ragionare in questo modo”. Il mio parere personale è che l’AI possa imparare. Quindi anche rispetto all’utilizzo che facciamo per esempio di Chat GPT, che è più efficace delle ricerche su Google, può essere utile affidarci alla velocità, alla capacità neurale di connessione dell’intelligenza artificiale per avere dei risultati brillanti, veloci e fare poi noi dell’attività di supervisione. Ma la parte di pensiero fuori dallo schema teniamocela per noi: può essere una buona forma di integrazione, creatività umana e produttività della macchina.
