Notabene – Massimo Folador
Il bello della relazione
Quando cambiano le “cose” e con le “cose” tutto ciò che riguarda la vita di ognuno di noi, è normale aspettarsi che anche alcune certezze evolvano. Scelte, modi di fare che abbiamo coltivato per anni senza porci il problema della loro utilità e bontà per la nostra vita personale e professionale.
Da anni nel mondo del lavoro ma non solo, esiste un “must”, un rituale che ha diversamente coinvolto persone ed aziende: comunicare, sempre e ovunque, con qualunque modalità e strumento. Esserci, apparire perché così facendo prima o poi qualcosa sarebbe accaduto, non ultimo lo sviluppo del business. A questa “moda”, così potremmo definirla, hanno sicuramente concorso lo sviluppo del web e dei social che hanno facilitato il proliferare di strumenti e modalità, canali e contenuti e permesso quasi a chiunque di comunicare all’esterno e di avere una visibilità senza precedenti. Si è passati in pochi anni da una cerchia di amici, pochi in genere, di cui conoscevo “morte e miracoli”, a degli “amici”, meglio dire followers, meglio dire “contatti” in tutto il mondo. Migliaia a volte, da una comunicazione lineare, più o meno trasparente, dove esisteva un soggetto “emittente” chiaro e un interlocutore altrettanto chiaro, ad un’altra in cui coloro che comunicano possono nascondersi dietro altre identità, dire cose vere ma forse no, talvolta insultare proprio perché invisibili. Una comunicazione divenuta tutto fuorché il suo significato originale che nella sua etimologia latina racconta il desiderio che le persone hanno di “sentirsi vicini” realmente per poter assieme realizzare un progetto, un’attività, un pezzo di vita.
Così facendo questa “finta comunicazione” ha finito per ledere ciò che doveva essere il suo obiettivo: la relazione ed è accaduto, ed è sotto gli occhi di tutti, quello che il filosofo vietnamita Byung Chul Han aveva già anticipato in uno dei suoi primi libri, “Nello sciame” edito in Italia nel 2016. Scriveva in modo profetico l’autore: “Il ‘socius’ cede il passo al ‘solus’, non la moltitudine quanto piuttosto la solitudine contraddistingue la forma sociale odierna, sopraffatta dalla generale disgregazione del comune e del collettivo”.
Quasi tutti eravamo convinti che così facendo saremmo stati in “comunicazione” con il mondo intero, che dal numero dei “follower” e degli “amici immaginari” sarebbero arrivate le soluzioni a tutti i nostri desideri e oggi ci troviamo con una popolazione, giovanile e non, che ha visto crescere a dismisura i drammi legati alla solitudine, l’ansia e la paura, il fenomeno dei NEET, i giovani che né studiano né lavorano e mille altre situazioni a volte impalpabili ma drammatiche.
Sempre Byung Chul Han, lucido nel voler arrivare fino in fondo alla questione, nello stesso libro aveva approfondito un altro aspetto collegato al primo: la solitudine chiaramente incide nella quantità e qualità delle esperienze relazionali e la mancanza di queste ultime sulla qualità della vita. Sempre nello stesso libro scrive: “Ci aggiriamo dappertutto senza arrivare a nessuna esperienza, contiamo senza fine ma non siamo in grado di raccontare. Si ha cognizione di ogni cosa senza arrivare ad alcuna conoscenza”. Quasi un epilogo che, ahimè, oggi tocchiamo con mano ogni giorno.
Ma come spesso succede nella storia dell’uomo, fatta rigorosamente di cicli e ricicli storici, in queste situazioni comincia a farsi strada un nuovo pensiero, frutto spesso della consapevolezza di chi avverte il peso della solitudine e di una “non vita”. Nel lavoro così come nella quotidianità tanti di noi cominciano ad avvertire la necessità di tornare alla relazione, a volte proprio rinunciando a quel modo artefatto e impersonale di comunicare o semplicemente comunicando soltanto ciò che è bene, nei tempi e con gli strumenti che serve.
Da ciò derivano le scelte consapevoli di chi comincia a staccarsi da alcuni strumenti troppo invasivi, vecchie e nuove esperienze di relazione nelle quali il contatto umano gioca il ruolo “emotivo” che deve avere, principale, la ricerca di luoghi dove tornare a fare l’esperienza del silenzio e dell’ascolto reciproco. Di qui anche la presentazione in questa “Newsletter” della Serata benefit di Askesis, intitolata “Verso una comunità organizzata”, in cui il “cuore” dell’evento non era tanto iscritto nella parola “organizzazione” quanto in quella “comunità” che dice relazione, vicinanza, aiuto. Ed è stato per me e per noi bellissimo nei giorni successivi ascoltare o leggere dei feedback di chi “sentiva” ancora l’eco le emozioni che derivano dall’aver ascoltato persone in gamba e per bene, dall’aver cantato assieme un canto gospel, come se fossimo un coro autentico, dall’aver recuperato introno ad un tavolo la bellezza di una relazione che solo un tavolo apparecchiato può dare. Non per nulla la parola “compagnia”, che tanto avvicina quella precedente deriva da “com- panis”, la relazione, quella vera ha bisogno di persone che trovano il tempo per stare accanto gli uni agli altri, volendo usare una parola sacra. Per “spezzare reciprocamente il pane”.
Buona lettura allora e buon video nella speranza di vederci ancora di più in una prossima occasione…
