Raccontare il Bilancio Sociale in IAL

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Fare esperienza, narrando.

Papa Francesco alla giornata mondiale delle comunicazioni sociali ha detto “Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri. (…) L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”.

Quello che è successo all’evento organizzato da IAL Emilia Romagna, uno dei maggiori soggetti formativi della regione, per presentare il proprio Bilancio Sociale 2025, è stato proprio questo: scegliere di narrare in modo umano, di raccontare le storie di piccoli grandi eroi, quelle che fanno il tessuto, l’intreccio dello stare insieme. E l’ha fatto con l’accompagnamento del team di Askesis.

Narrare viene dal latino gnarus, aggettivo della prima classe, che significa esperto, conoscitore, pratico o anche sapiente. Deriva dalla radice indoeuropea -gno, conoscere, la stessa di nosco. Dunque raccontare non è un’operazione estetica o didascalica, è fare esperienza! Senza la capacità di ricondurre l’esperienza a unità, non c’è sapienza, e nemmeno conoscenza; tutto si riduce a una elencazione senza senso. A questo serve narrare, a ricondurre l’esperienza ad un senso. A questo servono i nostri interventi formativi di storytelling, creativi e artistici. Non si conosce se non quello che si è in grado di raccontare. E raccontando si capisce di più! Solo il racconto è capace di rivelare ciò che non è immediatamente visibile agli occhi, ciò che si nasconde nei dati, nei fatti, negli eventi; ciò che richiede il tempo della conoscenza per essere svelato. Il racconto del bilancio sociale diventa allora il momento in cui scegliamo di non abituarci a non vedere, scegliamo di prenderci cura delle conseguenze del nostro lavoro sulle persone e sulle comunità.

Non è solo un documento: è un atto di responsabilità condivisa, per dire che il valore del lavoro sta anche in ciò che, insieme, decidiamo di raccontare, quindi di custodire e di proteggere.

Quello a cui hanno assistito i soci di Ial Emilia Romagna e i ragazzi presenti numerosi al Teatro Galliera di Bologna è il frutto di una giornata di lavoro con due scuole, quella Alberghiera e di Ristorazione di Cesenatico e quella di estetica di Ravenna.

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Ho proposto la settimana precedente ad un gruppo di studenti un brevissimo laboratorio esperienziale attraverso il linguaggio teatrale che potesse aiutare loro a raccontarsi. Una giornata diversa dalla quotidianità che non è stata semplice per tutti: non è semplice mettersi a nudo, guardarsi negli occhi, dire chi siamo, non è nemmeno più semplice giocare e fidarsi degli altri. Poi però per tutti credo è scattato qualcosa, un attimo di libertà senza giudizio, un tempo sospeso di cui abbiamo tutti così tanto bisogno. Non ho spinto affatto sulla performance, ma proprio su questa necessità di libertà di raccontarsi e condividere.

L’evento ha visto alternarsi sul palco le performance dei ragazzi, gli interventi del presidente IAL Emilia Romagna Ciro Donnarumma, video interviste e racconti recitati che accompagnavano l’ascolto. Ho scelto come filo conduttore i testi di Italo Calvino, dalle avventure di Marcovaldo e il suo rapporto controverso con la comunità fino alle Città invisibili. In questo testo Calvino racconta dei viaggi di Marco Polo, un eccentrico veneziano che gira per l’oriente e poi torna a riferire tutto quanto ha visto al Gran Khan dell’impero dei Tartari. L’imperatore non si muove dal suo divano. Vede il suo impero dagli occhi di Marco Polo. Dalla sua Narrazione appunto! Quello che l’esploratore riporta non sono descrizioni perfette, fotografie rassicuranti, ma le mille anime delle città incontrate. Ecco pensando a questa giornata mi sono immaginata il bilancio sociale proprio come una di queste città, fatta di voci, di passi, di mani. Mani che firmano. Mani che costruiscono. Mani che chiedono.
Mani che tengono insieme.

“Le città, come i sogni, sono fatte di desideri e di paure. Non di scale, archi e porticati, ma di relazioni. Una città non racconta il suo passato.
Lo contiene. Come le linee di una mano.” Dentro queste linee ci sono storie che non fanno rumore. Ore di lavoro. Attese. Conquiste piccole, ostinate. Diritti che oggi sembrano naturali e che naturali non sono stati affatto. “Di una città”, dice sempre Calvino, “non godi le sette o le settantasette meraviglie. Non i numeri, non le altezze, non le grandezze. Ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere.”

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Cosa c’è veramente sotto i segni intricati delle nostre città, delle nostre relazioni, del nostro lavoro? La corrente ci risucchia, i segni si confondono, lo stesso imperatore tartaro teme di non possedere il suo impero, teme di perdersi in un inferno sconosciuto. Marco Polo però lo ammonisce: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

I ragazzi che ho incontrato non sono ragazzi “facili”, spesso hanno alle spalle storie di vita personale e scolastica molto complicate e dolorose, ma nel poco tempo passato insieme ancora una volta è stato chiaro il compito educativo dell’arte e quello mio personale come formatrice: come tutti e forse più di tutti i ragazzi hanno bisogno di essere guardati innanzitutto, ascoltati, voluti bene. Tanti di loro l’inferno l’hanno già visto e si trovano a scommettere su uno spazio di costruzione positivo, nonostante tutto. Non a caso gli attori hanno deciso di parlare di futuro, delle loro paure e anche di prendersi in giro con leggerezza. Questo dare spazio, oggi per noi è raccontare il bilancio sociale di un’azienda solida, in continua evoluzione, che mette al centro le persone e i loro bisogni, che investe sui giovani e sul loro futuro.

A chiusura di questo evento che ha avuto al centro i ragazzi e il loro cuore prezioso ho voluto regalargli un ultimo pensiero, con le parole del poeta Rainer Maria Rilke:

“Abbi pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore
e cerca di amare le domande stesse,
come stanze chiuse
o come libri scritti in una lingua molto straniera.
Non cercare ora le risposte,
che non ti possono essere date
perché non saresti in grado di viverle.
E il punto è vivere tutto.
Vivi ora le domande.
Forse, gradualmente, senza accorgertene,
vivrai un giorno dentro la risposta.”

(Lettere a un giovane poeta)

Adriana Bagnoli, attrice e formatrice